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Crack Evergrande: cresce il fantasma di una crisi subprime cinese


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Il colosso immobiliare non pagherà il bond di 600 milioni in scadenza al 2023. Scene di panico e code dei creditori evocano la crisi del 2008 negli Usa – Pechino corre ai ripari, ma basterà? Sale la tensione e contagia Wall Street

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Investitori e piccoli proprietari in corteo sotto la sede di Evergrande, il colosso immobiliare cinese che ha ormai conquistato il poco ambito titolo di società del mattone più indebitata del pianeta, oltre 300 miliardi di dollari. Intanto, tra Pechino e Shanghai si rivedono scene che ricordano la crisi del 2008, quella dei subprime americani. Stavolta è il ministero per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano ad avvertire le grandi banche che l’immobiliare di Hui Ka Yan, già l’uomo più ricco di Cina, non potrà far fronte a fine settembre ad una rata di 600 milioni del Bond al 5,9% in scadenza nel 2023: l’obbligazione ha perduto stamane il 21%, ma si tratta solo della punta di un iceberg: negli ultimi anni la ragnatela di partecipazioni e di investimenti del colosso dalle fondamenta d’argilla è cresciuto a dismisura. Un po’ com’era avvenuto nell’America dei subprime.

Le autorità di Pechino sono ora all’opera per tamponare le falle e mettere in sicurezza il sistema. Ma non sarà facile portare a compimento la ristrutturazione, nonostante i mezzi e l’autorità di cui dispone il governo di Pechino. Anche perché sul salvataggio di Evergrande incombe un macigno: fino a che punto un Paese comunista può esporsi per evitare il crack di un gruppo privato? E ancora: quali errori si possono imputare al partito? Si è mosso troppo tardi per scongiurare la bolla immobiliare oppure il giro di vite sui prestiti ai promotori del mattone, un’industria che vale il 38% del Pil, ha solo accelerato lo scoppio del bubbone?

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Al di là delle domande che investono lo stesso primato del presidente Xi, trema fino alle fondamenta l’economia del Drago. Dal mattone fino all’industria dei giochi o della chirurgia plastica, dall’auto elettrica alle scuole private si moltiplicano i segnali di tensione nei gruppi della old e della new economy sotto lo stress della campagna del presidente Xi per il “benessere comune”, secondo una tecnica che ricorda le iniziative di Mao Tse Tung, rivoluzione culturale in testa, per sgominare dubbi ed opposizioni. E così la Cina, invece di esser il motore della ripresa del dopo Covid, minaccia di esportare dubbi e tensioni che hanno già contagiato le Borse americane che guardano con grande preoccupazione alla frenata dei listini nemici, a partire dalla grande fuga dei titoli che avevano scelto di quotarsi anche a Wall Street. Al contrario, dalla scorsa primavera ad oggi l’indice Csi di Shanghai e Shenzhen ha perduto quasi un quarto del suo valore, peggio ha fatto Hong Kong, la porta d’accesso per gli occidentali alla tecnologia sviluppata dal colosso giallo. E si moltiplicano i segnali di disagio:

– Le vendite al dettaglio, in agosto sono salite del 2,5% anno su anno, un forte ridimensionamento dal +8,5% di luglio: il consensus si aspettava +7%. Il calo dei consumi minaccia l’industria del lusso, a partire dalle ammiraglie francesi che concentra il 40% delle vendite in Cina.

– Sotto le attese anche la produzione industriale: +5,3%, dal +6,4% di luglio.

– Resta depresso l’hi tech, la prima vittima del giro di vite delle autorità, punito dopo la presunta insubordinazione di Jack Ma, il fondatore di Alibaba.

– Nel mirino sta per finire anche l’industria dell’auto elettrica. Ma la scure è calata oggi sull’industria dei giochi di Macau mentre si dà per scontato un intervento sui grandi della chirurgia estetica che hanno perduto da luglio 17 miliardi di valore in Borsa.

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– Non è il momento di farsi belle; in 222 città le famiglie che avevano pagato in anticipo l’appartamento che Evergrande si era impegnata a costruire restano per ora con un pugno di mosche.

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